Sotto un sole di mezzogiorno quasi verticale, la superficie oceanica in assenza di vento diventa uno specchio di cobalto levigato, una *mer d'huile* percorsa solo da un impercettibile fremito capillare che increspa appena il riflesso del cielo bianco. A meno di un metro di profondità, una catena di salpe — *Salpa fusiformis* o forme affini — deriva sospesa nella colonna d'acqua, organismi tunicati coloniali il cui corpo gelatinoso è quasi del tutto trasparente, visibile solo là dove la luce solare diretta si rifrange sulle bande muscolari circolari e accarezza i minuscoli organi interni color ambra pallido, trasformandoli in frammenti di vetro animato percorsi da lampi argentei e blu. Le salpe filtrano continuamente il fitoplancton attraverso un sofisticato sistema di mucillagine interna, svolgendo un ruolo cruciale nel ciclo del carbonio oceanico: impacchettano materia organica in feci dense che affondano rapidamente verso il fondo, trasferendo carbonio fissato in superficie verso le profondità abissali in quello che gli oceanografi chiamano *biological carbon pump*. La luce cade quasi senza attenuazione attraverso un'acqua oligotrofica di eccezionale chiarezza — poche particelle in sospensione, nessuna turbolenza — e il colore vira dal cobalto luminoso all'ultramarino profondo con una gradazione che racconta la sterilità splendente di questo oceano aperto, un vuoto pelagico immenso e silenzioso che esiste perfettamente senza testimoni.