Attraverso il pannello in acrilico del sommergibile, il fascio dei fari proietta un cono stretto nell'oscurità quasi totale: l'acqua oltre il bordo della luce è un nero-cobalto assoluto, appena percorso in alto da un fievole alito di blu residuo — non luce del giorno, ma il ricordo di essa, filtrata da mezzo chilometro di colonna d'acqua e una pressione di circa cinquantuno atmosfere che grava silenziosa su ogni centimetro dello scafo. Nel cono illuminato, banchi fitti di eufausiacei — krill mesopelagici dai corpi semitrasparenti e gli occhi neri come capocchie di spillo — attraversano il campo visivo come una tempesta di neve vivente, ciascun individuo che lampeggia avorio pallido o beige rosato dove la luce lo coglie, per dissolversi poi nel buio in una frazione di secondo; questa aggregazione densa, rilevata per decenni dai sonar militari come un falso fondale acustico, compie ogni notte una delle più grandi migrazioni verticali della biosfera, risalendo centinaia di metri verso la superficie. Tra le scie dei crostacei, ctenofori isolati pulsano come virgole di vetro soffiato, quasi invisibili finché le lampade non ne catturano i lobi trasparenti e la tenue struttura interna, mentre più in là nel buio qualche puntino bioluminescente si accende e si spegne senza preavviso. La neve marina — frammenti di materia organica, gusci di diatomee, muco aggregato — scintilla fittamente vicino ai proiettori e svanisce con brutalità appena oltre il cono, ricordando quanto sia misero il budget di luce a questa profondità e quanto smisurato sia il vuoto che la circonda in ogni direzione.