Nel cono di luce fredda proiettato dal lander, un polpo dumbo scivola nell'oscurità assoluta con battiti lenti e ritmici delle sue pinne cartilaginose, il corpo traslucido e quasi incorporeo sotto la pressione di oltre duecento atmosfere che schiaccia ogni vuoto d'aria e riduce la vita alle sue forme più essenziali. Il fascio LED illumina un cerchio ristretto di fango siltoso color grigio-cenere, dove le stelle fragili tengono i loro sottili arti appena sollevati dal sedimento e le tracce sinuose degli oloturiani si perdono nel nulla oltre il margine della luce, testimonianze silenziose di un pascolo lentissimo su detriti organici caduti dalla superficie settimane o mesi fa. A queste profondità non esiste fotosintesi, nessun riflesso solare, nessun riferimento temporale: il tempo biologico è scandito dalla neve marina che deriva nel fascio come polvere cosmica, microframmenti di materia che nutrono questo ecosistema di tenebra. Oltre il cerchio illuminato, il nero è totale e assoluto, rotto soltanto da uno sporadico lampo bluastro-verde di bioluminescenza — forse un crostaceo o un sifonoforo che passa lontano — un promemoria che anche nell'oscurità perpetua la vita ha imparato a costruire la propria luce.