Dietro il vetro spesso dell'oblò, illuminato soltanto dal cono ristretto dei fari del sommergibile, il nulla è assoluto: nessun raggio solare penetra quassù da oltre un millennio di buio stratificato, e la pressione — decine di atmosfere che comprimono lo scafo con un silenzio quasi tattile — ricorda ogni istante quanto sia ostile questo spazio sospeso tra la superficie e il fondale. Poi, senza preavviso, una sifonofora colonia emerge dal nero come un'allucinazione bioluminescente: impulsi blu-verdi viaggiano lungo il suo corpo in onde successive, momentaneamente più brillanti delle stesse lampade artificiali, rivelando strutture gelatinose quasi del tutto trasparenti, canali interni degni di un'orologeria biologica e tentacoli sottilissimi che si perdono nel vuoto come fili di seta incandescente. La colonia non è un singolo organismo ma una comunità di zoidi altamente specializzati — alcune unità alla propulsione, altre alla caccia, altre ancora alla riproduzione — un'architettura vivente che la selezione naturale ha perfezionato nell'assenza totale di luce, dove ogni fotone prodotto è moneta preziosa per attirare prede o confondere predatori. La neve marina che deriva lentamente nel fascio dei fari, particelle organiche discese per settimane dalla zona eufotica, ricorda che persino qui la vita dipende, in ultima analisi, da un sole irraggiungibile e lontanissimo.
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