Giardino degli Oloturi
Campi di noduli polimetallici

Giardino degli Oloturi

Sull'immensa pianura abissale, a profondità dove la pressione supera i cinquecento bar e la temperatura si mantiene stabile attorno ai due gradi centigradi, il fondo si distende in un silenzio primordiale di fango grigio-bruno costellato di noduli polimetallici: concrezioni nere di manganese, nichel, cobalto e rame accumulate grano dopo grano nell'arco di milioni di anni, metà sepolte nel sedimento come pietre di un giardino fossile. Decine di oloturie traslucide scivolano lentamente tra le pietre, i loro corpi gelatinosi — color ambra pallido, quasi fantasmi di vetro — che aspirano il sedimento di superficie per estrarne la materia organica depositata dalla colonna d'acqua sovrastante; ciascuna lascia dietro di sé tracce arcuate e intrecciate che si sovrappongono fino a formare un intricato registro di presenza, un giardino di solchi scritto nel fango nel corso di settimane o mesi. Neve marina — aggregati di materia organica, frustoli di diatomee, feci compattate provenienti dalla zona fotica centinaia di metri più in alto — scende con pazienza infinita attraverso l'acqua nera, ogni particella isolata nell'oscurità, punteggiata da rarissimi bagliori di bioluminescenza azzurra emessi da minuscoli organismi alla deriva, unica luce che esista qui senza origine umana. Tra i noduli e sulle loro superfici vivono esemplari di fauna bentonica vulnerabile — spugne esapodide filiformi, crinoidi aggrappati, polychaeti nascosti — organismi adattati a una stabilità ambientale durata ere geologiche, in un ecosistema che non conosce stagioni, che non riceve alcun fotone solare, e che esiste in modo integro e silenzioso come se il resto del mondo non fosse mai esistito.

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