Sifonoforo davanti al banco
Strato di diffusione profonda

Sifonoforo davanti al banco

A 430 metri di profondità, l'ROV tiene la posizione nell'oscurità azzurrognola della zona mesopelagica, la sua telecamera rivolta verso uno degli incontri più straordinari che l'oceano aperto possa offrire: un sifonoforo di quasi un metro si stende nell'acqua a pochi centimetri dall'obiettivo, le sue campane pulsanti, il pneumatoforo e i sottilissimi tentilli appena percettibili dove intercettano il fascio di luce documentaristica del veicolo, il resto del corpo dissolto nel nulla come un pensiero a metà formulato. A questa profondità la pressione supera i 43 atmosfere, la luce solare non è che un ricordo bluastro e quasi monocromatico che svanisce verso l'alto senza mai diventare alba, e la colonna d'acqua attorno all'ROV è percorsa da un flusso silenzioso di neve marina e particelle in sospensione che brillano soltanto nel breve raggio utile dell'illuminatore. Alle spalle del sifonoforo si stende il vero protagonista della scena: il deep scattering layer, quella falsa parete biologica che nella Seconda Guerra Mondiale ingannò i sonar militari facendola scambiare per il fondale — una nuvola viva e volumetrica di mictofidi dalle squame argentate, eufasiacei, copepodi e micronecton, individui per lo più visibili come sagome a bassa contrasto oppure come brevi lampi bioluminescenti che si accendono e si spengono nell'oscurità circostante. In questo istante, prima che la luce artificiale disturbi l'aggregazione e che la migrazione verticale notturna richiami l'intera colonia verso la superficie, il sifonoforo — colonia di individui specializzati, zoidi, legati da un'unica filogenesi come un'orchestra senza direttore — occupa il suo spazio con la tranquilla indifferenza di chi esiste al di là di ogni nostra categoria di solitudine.

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