Alla superficie del mare, nel breve intervallo tra la pioggia che si ritira e il sole che avanza, l'oceano diventa un campo di forze fisiche elementari in equilibrio instabile. Ogni goccia che colpisce l'acqua genera una sequenza precisa di fenomeni: una corona d'impatto, un cratere temporaneo, un getto d'acqua risalente, una bolla d'aria intrappolata che scende oscillando nel primo strato e poi risale — e quella bolla, vibrando alla propria frequenza di risonanza tra 1 e 10 kHz a seconda del suo diametro, emette un segnale acustico misurabile, così che la pioggia trasforma il mare in uno strumento sonoro invisibile, un'orchestra di migliaia di piccoli oscillatori distribuiti su chilometri quadrati di superficie. Lo strato fisicamente più complesso non è il fondale né la colonna d'acqua profonda, ma questo confine sottilissimo — il microstrato superficiale, spesso pochi micrometri — dove la tensione superficiale, la salinità, la temperatura, la pressione e la chimica dell'aria si incontrano e si negoziano in permanenza: la pioggia fresca abbassa brevemente la salinità locale, crea un cappuccio termico instabile di acqua più fredda e meno densa che fluttua sopra l'oceano più salato, e nel farlo altera la riflessione della luce, la velocità del suono, e i gradienti di scambio gassoso tra oceano e atmosfera. Questa zona è tra le più monitorate dalla oceanografia fisica moderna — radar di precipitazione, boe strumentate, satelliti altimetrici e idroacustici — proprio perché gli scambi di calore, CO₂ e vapore acqueo che qui avvengono in condizioni di pioggia condizionano i bilanci climatici su scala planetaria, e tuttavia l'oceano stesso, nelle sue manifestazioni geometriche di schiuma, increspature capillari, caustica traballante e drizzle che cade sull'acqua, esiste con una perfezione indifferente a qualunque osservazione.